Il pesce che mangi può contenere Pfas: ecco il viaggio segreto dei contaminanti fino al tuo piatto

Un filetto preparato con cura, magari con ingredienti freschi e di stagione, può rappresentare per molti il culmine di una giornata o un momento di piacere. Eppure, dietro questa scena serena, si muove un flusso invisibile di composti chimici che percorre le reti del commercio globale. Stiamo parlando delle sostanze perfluoroalchiliche, comunemente note quali PFAS, e del loro percorso inaspettato dalla profondità degli oceani fino alla tavola. Queste molecole, tenaci e pervasive, hanno la capacità di viaggiare indisturbate per lunghe distanze, accumulate dai pesci che nuotano nelle acque contaminate e poi trasportate attraverso un mercato ittico vasto e interconnesso. Ciò vale anche per zone che sulla carta sembrerebbero al riparo da certi fenomeni di inquinamento. Comprendere questo meccanismo significa analizzare non solo l’origine del problema, ma anche le strategie per un consumo più consapevole e, in ultima analisi, per una migliore tutela della salute pubblica.

Il percorso silenzioso dei PFAS

Le sostanze perfluoroalchiliche, o PFAS, sono un gruppo di composti chimici noti per la loro persistenza. Sono chiamate “inquinanti eterni” a buona ragione: una volta rilasciate nell’ambiente, possono rimanere intatte per decenni. La loro diffusione è vasta e la si riscontra in vari contesti, dall’aria all’acqua, fino a diverse catene alimentari. Un aspetto che molti sottovalutano è la loro presenza sempre più diffusa in vari prodotti di uso comune, dai tessuti impermeabili agli utensili da cucina antiaderenti. La loro struttura chimica conferisce stabilità, utile in molte applicazioni industriali, ma al tempo stesso ne rende alquanto difficile la degradazione naturale. Questo è un fenomeno che molti notano senza forse conoscerne le ragioni più profonde.

Nel contesto degli ecosistemi marini, i PFAS rappresentano una particolare preoccupazione. I pesci, trovandosi in ambienti acquatici dove questi composti possono essere disciolti, li accumulano progressivamente nei loro tessuti. Questo meccanismo di bioaccumulo è ben documentato. Man mano che questi animali crescono e si nutrono, la concentrazione di PFAS nel loro organismo può aumentare, passando da un livello basso nelle prede a uno più elevato nei predatori. Un aspetto che sfugge a chi vive in città è quanto sia sottile il confine tra l’inquinamento di una remota area industriale e un alimento che arriva nel piatto, anche a migliaia di chilometri di distanza.

L’influenza del mercato globale nella diffusione dei contaminanti

Il mercato ittico globale gioca un’influenza cruciale nella ridistribuzione dei PFAS su scala planetaria. Ciò che inizia quale problema di inquinamento localizzato può facilmente diventare una questione internazionale grazie alle rotte commerciali del pesce. Un peschereccio che opera in acque contaminate può catturare pesci con elevati quantitativi di PFAS. Questi pesci, una volta lavorati e distribuiti, possono raggiungere mercati lontani, arrivando anche nelle mani di consumatori che vivono in aree dove la concentrazione di PFAS nell’ambiente locale è minima. L’ espansione del commercio alimentare ha senza dubbio arricchito le opzioni alimentari, ma ha anche creato nuove vie per la dispersione di contaminanti chimici. Lo raccontano i tecnici del settore, che osservano che la globalizzazione porti con sé sfide ambientali complesse e interconnesse.

Ricercatori di diverse università, anche in Cina, hanno evidenziato la necessità di una maggiore collaborazione internazionale e di politiche più chiare. Hanno calcolato una dose giornaliera stimata (EDI) media che lega il consumo di pesce all’assunzione di PFAS. Questo dato è fondamentale per le autorità sanitarie di tutto il mondo. Intervenire sulle rotte commerciali e sulle flotte dei pescherecci potrebbe, di conseguenza, portare a una diminuzione dei quantitativi globali di questi composti in circolazione e di quelli assorbiti attraverso la catena alimentare. È un dato di fatto che la politica internazionale debba affrontare queste variabili emergenti.

Strategie per mitigare il rischio di esposizione

Affrontare la questione dei PFAS nel pesce richiede un approccio multifattoriale. Un punto di partenza fondamentale è l’intensificazione della ricerca per comprendere meglio la distribuzione e il comportamento di queste sostanze negli ecosistemi marini. Si stanno sviluppando e diffondendo nuove tecnologie per monitorare con maggiore precisione la presenza di PFAS nelle acque e negli organismi acquatici. Questo rende possibile identificare le aree a rischio e prendere decisioni informate. Chi vive in determinate regioni costiere lo nota abitualmente: la consapevolezza ambientale è in aumento.

A livello normativo, l’introduzione di regolamentazioni più restrittive sulla produzione e l’uso dei PFAS è una necessità. Negli ultimi anni, in diverse parti del mondo, si sono visti i primi effetti positivi di norme orientate al contenimento di questi composti. Questo però non basta: una collaborazione stretta tra i vari Stati è prioritaria. La natura di inquinante globale dei PFAS richiede infatti risposte che vadano oltre i confini nazionali. Accordi internazionali per limitare l’uso e lo scarico di queste sostanze potrebbero limitarne la diffusione negli oceani. Allo stesso tempo, un aspetto che sfugge a molti è il contributo del consumatore informato. La scelta di prodotti ittici provenienti da pesca sostenibile e da zone meno esposte all’inquinamento può avere un certo peso, anche se la tracciabilità completa resta una sfida.

Riassumendo, il pesce che finisce sulla tavola può essere un veicolo per i PFAS, ma la comprensione di questo fenomeno è il primo passo per affrontarlo. La scienza continua a fornirci strumenti per misurare il problema, e la politica ha il compito di tradurre queste conoscenze in azioni concrete. È un percorso difficile, che coinvolge la produzione industriale, la gestione degli scarti e, non da ultimo, le abitudini alimentari. La consapevolezza crescente su fenomeni quali la presenza di contaminanti nelle catene alimentari porta a sperare in un futuro dove prevenzione e regolamentazione agiscano in armonia.